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La Storia della Scuola

Il Centro è stato realizzato nel 1969 dalla Congregazione delle Suore Maestre di Santa Dorotea, Figlie dei Sacri Cuori di Vicenza, quale nuova e più idonea sede dell’opera di educazione delle sordomute iniziata nel 1840 dal Fondatore della Congregazione, il Santo Giovanni Antonio Farina. Parlando delle bambine sorde, egli raccomandava alle maestre: "...sciogliete la loro lingua…usate pazienza, costanza…rendetele capaci di intendere e manifestare le proprie idee."(A.I.F., aD 15, lezioni sulla Carità).

Nel 1975 l’Effetà si trasforma in un Centro Scolastico Integrato per alunni audiolesi e alunni udenti, per proseguire negli anni successivi nella accoglienza di alunni con altre disabilità.

La Comunità educante dell’Effetà vuol essere fedele interprete dell’ispirazione carismatica originaria del Fondatore ed è impegnata ad attualizzarla attraverso la testimonianza di un servizio culturale che affonda le sue radici nella carità del cuore di Cristo.

 Il Centro intende valorizzare la ricchezza delle proprie tradizioni educative e le adegua alle esigenze di una società in continua trasformazione. Per attuare il Progetto Educativo, tutta la comunità educante religiosa e laica condivide gli stessi principi e finalità carismatici del Fondatore.

San Giovanni Antonio Farina

San Giovanni Antonio Farina

Giovanni Antonio Farina nacque a Gambellara (Vicenza) l’11 gennaio 1803 in un ambiente profondamente cristiano. Egli ricevette la prima formazione dallo zio paterno, un santo sacerdote che fu per lui vero maestro di spirito e anche suo precettore, non essendoci all’epoca scuole pubbliche nei piccoli paesi. Studiò nel seminario di Vicenza e il 14 gennaio 1827 venne ordinato sacerdote. Nel 1831 il Farina avviò a Vicenza la prima scuola popolare femminile e nel 1836 fondò l'ordine delle Suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuori, un istituto di "maestre di provata vocazione, consacrate al Signore e dedite interamente all'educazione delle fanciulle povere".
Subito egli volle che le sue religiose si dedicassero anche alle fanciulle di buona famiglia, alle sordomute e alle cieche; le incaricò quindi dell'assistenza degli ammalati e degli anziani negli ospedali, nei ricoveri e a domicilio.

SAN GIOVANNI ANTONIO FARINA

Nel 1850 fu eletto vescovo di Treviso e nel 1860 passò alla sede vescovile di Vicenza, dove fece il suo ingresso in forma privata, donando ai poveri quanto gli sarebbe servito per la cerimonia solenne. Nei suoi 38 anni di episcopato tra Treviso e Vicenza, scrisse 120 lettere pastorali e 456 circolari, testi che divennero strumento per la formazione spirituale del clero e dei fedeli. Mise in atto un vasto programma di rinnovamento e svolse una imponente opera pastorale orientata alla formazione culturale e spirituale del clero e dei fedeli, all’insegnamento catechistico dei fanciulli, alla riforma degli studi e della disciplina nel seminario.

Gli ultimi anni della sua vita furono contrassegnati da aperti riconoscimenti per la sua attività apostolica e la sua carità, ma anche da profonde sofferenze e da ingiuste accuse di fronte alle quali egli reagì con il silenzio, la tranquillità interiore e il perdono, con fedeltà alla propria coscienza e alla regola suprema della "salute delle anime". Dopo una prima grave malattia nel 1886, le sue forze fisiche si indebolirono gradualmente. Morì il 4 marzo 1888.

E' stato beatificato il 9 novembre 2001 da Papa Giovanni Paolo II. Il 23 novembre 2014 è stato proclamato Santo da Papa Francesco.

Santa Maria Bertilla Boscardin


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Anna Francesca Boscardin, primogenita di una famiglia contadina, nasce a Brendola (VI) il 6 ottobre 1888 da Angelo e Maria Teresa Benetti.

Il paese di Brendola ha origini antichissime. È situato per il 60% in pianura, per il 40% in collina. La zona è ricca di sorgive, laghetti, ruscelli ed è attraversata da un fiume.L’economia è prevalentemente agricola, dato comune dell’ottocento veneto. 

Angelo Boscardin, nell’atto di nascita della figlia Anna Francesca, è definito possidente. La madre invece, nelle testimonianze, è descritta come una donna mite, di virtù esemplare e di buona religiosità (appartiene al Terz’Ordine francescano ed è iscritta nella Congregazione delle Figlie di Maria).
A circa dodici anni Anna Francesca entra a far parte, come aspirante, della Congregazione delle Figlie di Maria; l’anno dopo riceve la medaglia di membro effettivo della stessa, in anticipo di circa un anno rispetto all’età minima richiesta, quattordici anni.

Sr. Ave Pieropan giudica questo fatto come un’eccezione che testimonia la profonda pietà mariana di Anna Francesca, tenendo presente come il parroco don Grezele sia molto rigoroso verso le Figlie di Maria e le allontani facilmente dalla Congregazione se queste non si comportano secondo quanto era loro richiesto. Nel 1894 inizia a frequentare la scuola, fino alla terza elementare, con la massima assiduità.

Il 1905 è un anno fondamentale nella vita di Anna Francesca: l’8 aprile entra nell’Istituto delle Suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuori e il 15 ottobre inizia il noviziato canonico assumendo il nome di Maria Bertilla.

Finito l’anno canonico di noviziato, trascorso nella casa di Vicenza dove aveva assunto l’ufficio di fare il pane prima e poi quello del riordinare la cucina, è mandata a Treviso, presso l’ospedale civile. È l’ospedale S. Leonardo di Treviso l’ambiente dove Santa Bertilla presta la sua opera apostolica. Un ambiente tutt’altro che semplice. La popolazione ospedaliera proviene "dalla classe meno abbiente e più maltrattata dalle fatiche e dalle privazioni", la situazione morale - come sottolinea il presidente Marzinotto nella sua relazione - è di "transizione"; il personale infermieristico non è di prim’ordine; neppure i reparti rispondono alle esigenze di un nosocomio.

Il direttore medico Finzi, riportando le lamentele dei due infermieri del reparto difterico, scrive al presidente ponendo la questione "dell’ospitalizzazione dei difterici, il cui isolamento in sale riservate, ma attigue ad altre, non offre alcuna sicurezza contro il diffondersi dell’infezione". L’8 dicembre 1907 Santa Bertilla emette la sua professione religiosa alla quale si è preparata con scrupolo e della quale comprende l’importanza. Dopo la professione è rimandata all’ospedale di Treviso dove la superiora, non senza meraviglia per il suo ritorno, la rimanda in cucina perché sempre convinta della sua incapacità ad essere infermiera. Ma questa strada non è quella di Dio il quale segue strade proprie.

All’improvviso si deve sostituire una suora al reparto contagio, "luogo assai delicato, perché vi erano bambini colpiti da difterite, anche gravi, con tracheotomia e intubazione". Inoltre non va dimenticato che nel 1910 ottiene il diploma di infermiera con la valutazione di 25/30; i cinque punti in meno rispetto alla massima votazione non sono dovuti alla non conoscenza della materia, ma dal possedere poco la lingua italiana, frutto questo del non aver continuato gli studi che interruppe a dieci anni per iniziare a lavorare, per circa un mese, presso un laboratorio situato nei pressi della Chiesa, poi andando saltuariamente a servizio presso la famiglia Rigodanza e quello che guadagna lo dà a sua madre.
Anche la sofferenza darà il suo contributo alla formazione dei lineamenti spirituali della giovane. Oltre a quelle già provate nella sua fanciullezza per la situazione familiare, nel 1910 un tumore, che in seguito la porterà alla morte, farà sì che l’esperienza del dolore la segni sempre più in profondità. Ad una ammalata sofferente, lei stessa confida: "Se sapeste quanto soffro anch’io".

La stessa ammalata continua così la sua lettera testimoniale: "Soffriva sì, ma dimenticava il suo martirio, nell’asciugare le lagrime, nel lenire il dolore, nel guarire a volte, anche delle ferite dell’anima del suo prossimo". Sul finire della prima guerra mondiale, l’Ospedale di Treviso viene smembrato e sfollato in varie parti d’Italia. Sr. Bertilla viene trasferita prima a Villa Raverio e poi all’ospedale di Viggiù dove resta fino agli inizi del 1919. Il 20 ottobre 1922, all’età di trentaquattro anni, minata da un male incurabile, chiude gli occhi su questa terra per aprirli al cielo.

 

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